Lagom: la filosofia svedese che ti insegna a smettere di rincorrere il “di più”

C’è una parola svedese che non ha una traduzione esatta in italiano, e forse è proprio per questo che ci affascina tanto. Si pronuncia laaaw-gum, e significa, alla buona, “né troppo, né troppo poco, giusto quanto basta”. Ma ridurla a questo è come dire che la pizza è pane con sopra qualcosa. Il lagom non è una regola. È un criterio. Un modo per decidere, ogni giorno, dove fermarsi. E in un’epoca che ci vuole sempre connessi, sempre produttivi, sempre un passo avanti, fermarsi è diventato il lusso più difficile da concedersi.

Le origini: quando la moderazione era una questione di sopravvivenza

L’etimologia popolare fa risalire lagom all’espressione vichinga laget om, “intorno alla squadra”: quando si passava il corno di idromele in cerchio, ognuno doveva berne solo la sua parte, per lasciarne abbastanza agli altri . Un gesto di cortesia collettiva, prima ancora che una filosofia di vita. Più prosaicamente, la radice è lag, “legge”: la legge del buon senso, ciò che è appropriato .

La spiegazione più convincente, però, è culturale e climatica. La Svezia ha inverni lunghi, rigidi, che storicamente imponevano di non sperperare, di non esagerare, di accontentarsi di ciò che c’era. «Per questo tendiamo a non ostentare e a non voler attirare troppo l’attenzione», spiega Ellen af Petersens, fondatrice del brand svedese Colekt. «Lagom significa non esagerare, non vantarsi» . Non è un caso che IKEA e Volvo rappresentino così bene questo spirito: prodotti pratici, funzionali, pensati per tutti, non simboli di status .

Perché il Lagom è un antidoto allo stress (e non l’ennesima moda)

La differenza tra lagom e la maggior parte delle tendenze del benessere è che non ti chiede di aggiungere nulla. Non devi alzarti alle cinque, non devi meditare quaranta minuti, non devi comprare l’ultimo integratore. Ti chiede, semmai, di togliere. Di smettere di fare, comprare, dire, rincorrere.

La psicologa Lara Ferreiro lo spiega senza giri di parole: applicare il lagom significa «dare priorità all’essenziale, prevedere momenti di riposo ed evitare il sovraccarico, che, in ambito lavorativo, può facilmente tradursi in burnout. Non è produttività estrema, ma sostenibilità mentale» . In un’epoca che ha fatto dell’iperproduttività una religione, questa frase dovrebbe far rumore.

E c’è un bersaglio preciso: il FOMO, la paura di perdersi qualcosa. I social ci espongono continuamente alle vite degli altri, alimentando l’ansia di dover essere ovunque, di dire sì a tutto, di non restare mai indietro. Il lagom propone l’opposto: se l’obiettivo è “quanto basta”, allora non è necessario partecipare a tutto. Una scelta andrebbe valutata per l’energia e la soddisfazione che porta, non per il confronto con gli altri . Sembra ovvio. Non lo è.

Cinque modi concreti per praticarlo (senza diventare monaci svedesi)

Il lagom non è un decalogo. È un principio che si adatta. Ma alcuni punti fermi esistono, e sono sorprendentemente concreti.

Datti tre priorità al giorno, non trenta. Il cervello risponde meglio a obiettivi chiari e raggiungibili che a liste infinite di cose da fare. Sceglierne tre, e portarle a termine, vale più che iniziarne dieci e non finirne nessuna .

Concediti la fika. La pausa caffè svedese non è una scusa per bere. È un rituale riconosciuto, collettivo, che spezza la giornata e ricarica. Ferreiro sottolinea che pause strutturate migliorano il rendimento cognitivo e riducono il rischio di esaurimento emotivo . Non è tempo perso. È tempo investito.

Esci. Anche solo per dieci minuti. Il contatto con la natura non è una concessione romantica. Una passeggiata migliora l’umore, favorisce la creatività, rende il pensiero più flessibile . E in Svezia esiste l’allemansrätten, il diritto di accesso pubblico alla natura, che rende tutto questo quasi un dovere civico .

Mangia semplice, locale, senza sprechi. Non una dieta. Un criterio. Scegliere ciò che è nutriente, pratico, sostenibile. Valorizzare ciò che si ha invece di rincorrere ciò che manca .

Coltiva la gratitudine, ma sul serio. Ogni sera, annota tre cose per cui sei grato. Af Petersens lo fa da anni. «In Scandinavia diamo grande importanza alla contentezza, alla gratitudine per ciò che abbiamo, alla capacità di vivere il presente. Sappiamo che la vita può cambiare in fretta» . Non è zucchero. È allenamento mentale a riconoscere che, spesso, ciò che abbiamo è già abbastanza .

L’altra faccia della medaglia (perché non tutto è oro)

Sarebbe disonesto raccontare il lagom come la soluzione a ogni male. C’è chi lo vive come una gabbia. Il Guardian, nel 2017, ha pubblicato un pezzo feroce di un corrispondente britannico in Svezia che lo definiva «una dottrina soffocante di abnegazione luterana», una cultura in cui «non ridere troppo», «non divertirti troppo», «non esagerare» diventano imperativi sociali che strangolano l’espressione individuale . In Svezia, ammettere che un film o un’artista è mellanmjölk (latte parzialmente scremato) è un insulto, non un complimento .

Il punto è che il lagom funziona come bussola personale, non come misura imposta dall’esterno. Diventa tossico quando si trasforma in conformismo, quando “giusto quanto basta” significa “non troppo diverso dagli altri”. La differenza tra equilibrio e omologazione è sottile, e va tenuta d’occhio.

In fondo, Aristotele aveva già capito tutto

«La virtù sta nel mezzo», scriveva il filosofo greco. La mesòtes, la giusta misura tra eccesso e difetto. Il lagom è la versione scandinava di un’idea vecchia di duemila anni, declinata però non in un trattato di etica ma nella vita quotidiana: nel lavoro, nel cibo, nelle relazioni, nel modo di stare al mondo .

Forse è proprio questo che lo rende così appealing oggi. Non ci chiede di essere migliori. Ci chiede di essere abbastanza. E in un mondo che urla “di più”, sussurrare “basta” è un atto quasi rivoluzionario.

Il vero lusso non è avere tutto. È sapere quando fermarsi.

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